|
|||||||||||||
Italiani in provinciaLa questione
altoatesina, dunque. Una questione ancora da scoprire pienamente. Dagli
schietti avvertimenti e dagli inquietanti ammonimenti del Ministro degli Esteri austriaco
Karl Gruber[1] pronunciati nel 1946, alle espressioni di
denuncia formulate nel 1999 da monsignor Alfredo Canal[2] passano 53 anni, due Statuti di Autonomia, 200
norme di attuazione approvate di cui 137 facenti parte del pacchetto, quasi
400 attentati dinamitardi e non, circa 80 vittime dirette (e chissà quante morali), di
cui 17 innocenti uccisi dal terrorismo separatista, e poco meno di 180 condanne penali,
raramente scontate. Attraverso
questi numeri passa lAutonomia della Provincia di Bolzano; con i suoi aspetti
indubbiamente positivi ma anche con il conseguente capovolgimento di una situazione di
disagio che se nel 1946 e fino al 1972 feriva la comunità tedesca, da allora e a
tuttoggi colpisce la maggioranza della popolazione di lingua italiana dellAlto
Adige; sia quella che è rimasta a vivere in questo territorio di confine, come anche (o
soprattutto...) quella percentuale di cittadinanza - giovanile e no - che ha dovuto
abbandonare controvoglia la provincia di Bolzano per cercare un lavoro o una casa.
Certo, la questione alto-atesina non può riassumersi in tali poche righe ed in
questi freddi numeri; ottantanni di storia recente non si compattano in un centinaio
di pagine; e comunque, probabilmente, non ne basterebbero nemmeno migliaia per descrivere
una situazione complessa quale essa è. Indubbiamente
si tratta di uno stampato controcorrente nel panorama editoriale e pubblicistico
riguardante lAlto Adige, che difficilmente andrà ad arricchire le biblioteche
provinciali[3]. In esso pochi fronzoli ammaliatori nei quali
spesso si dilettano certi portavoce provinciali; e qualche essenziale, amara verità
finora taciu-ta in più in questa pubblicazione che ha puntato, per descrivere e farsi
comprendere, sulla leggibilità della cronaca altoatesina e sulla immediatezza dell
apprendimento; ma anche, e soprattutto, sulla oggettività della informazione fornita,
attraverso la descrizione tangibile di quelle particolarità - e dei relativi effetti -
che rappresentano, in maniera sommersa, la spina dorsale dellAutonomia altoatesina. Si sa;
labito non fa il monaco. Quindi lapparenza inganna. Proporzionale,
toponomastica, bilinguismo, pari opportunità e svuotamento della Regione, sono proprio
gli strumenti che, nel fare esteticamente bella lAutonomia altoatesina, hanno
nascosto - nel loro particolare modo ingegnoso di essere gestiti da parte della SVP -
laltra faccia della medaglia; il disagio di una Comunità. Un malessere che si vive
sui dati concreti quali quelli esposti, non su astratte accuse ad un sistema che si vuole
a tutti i costi illustrare come paritario, non penalizzante per alcuno. È bene
comprendere, che la convivenza fisica fra persone non significa affatto convivenza
compiuta. Essa si ottiene non solo quando tutti possono beneficiare, in un rapporto equo,
di uno stesso strumento, quale rappresenta lAutonomia per le popolazioni
altoatesine; ma quando ognuno si sente a proprio agio in tale Autonomia.[4] Per ciò deve
essere chiaro che in discussione o sotto processo in queste pagine non si è voluta porre
tanto lAutonomia in quanto tale; quanto la gestione spesso distorta di essa,
monolitica: a senso unico, appunto, che ha posto
e pone la convivenza su un piano teorico piuttosto che pratico. Ecco perchè
quando si è parlato in queste pagine - e si riferirà nel futuro - di disagio degli italiani, non si è manifestato e non
si esprimerà un piagnisteo, o non ci si lamenterà per una malattia immaginaria; si è
descritto e si comunicherà la convinzione di voler riaffermare il proprio essere italiani in Provincia; un modo cioè di sentirsi,
di appartenere ad una Comunità linguistica schiacciata da una Autonomia che non soddisfa. Ma si lasci
aggiungere che si tratta anche di un sentimento: lemozione di appartenere ad una
tradizione ad una cultura radicata che deve rimanere inalienabile in questa terra
multietnica. Essere italiani in Provincia deve pure testimoniare il
desiderio di denunciare le difficoltà con cui si muove in questa Autonomia la Comunità italiana; per rivendicare le
esigenze di un gruppo linguistico; un modo di essere, una dignità. Rientra in
tale contesto quindi la descrizione in queste pagine di fatti, avvenimenti, provvedimenti
che sono prove; tentativi (forse) ma anche testimonianze (certo) di un golpe pacifico - bianco, per lappunto, senza armi,
virtualmente pacato, sostanzialmente strisciante - il cui obiettivo è quello di
intrecciare sempre più il futuro dellAlto Adige al mondo tirolese piuttosto che alla cultura italiana. Dimenticando che almeno un terzo
della popolazione locale non si sente legata proprio a questo mondo tirolese; cosa alla quale, altresì, pensò
lo Stato italiano nei confronti della Comunità tedesca quando essa si sentiva aliena alla
cultura italiana, concedendole una Autonomia che avrebbe dovuto stabilizzarsi; rinunciando
alla caratteristica dinamica[5] che
invece la contraddistingue. Un golpe
decretato per legge e subito dalla popolazione italiana per incuria di quei governi che
dovrebbero non solo tutelare le minoranze nazionali; ma anche la comunità nazionale.
Tanto più lì dove essa diventa minoranza locale. La sensazione di abbandono che nutre la
minoranza di lingua italiana da parte dello Stato crea linsorgere proprio di
quellinsofferenza definita disagio. Agli albori
del Duemila, lAlto Adige non può rimanere anacronisticamente ancorato ad una idea
di fine Ottocento, a ricordi e a nostalgie pantirolesi concepiti dallepilogo di
quellepoca, o a sentimenti di rivalsa mai sopiti contro lo Stato italiano, i cui
effetti indubbiamente colpiscono ancora oggi la Comunità di lingua italiana
dellAlto Adige. Il destino di nemmeno 117 mila anime - forse troppo poche per essere
considerate? - che appartengono al gruppo linguistico italiano per scelta, per tradizione,
cultura, storia, non può essere rinchiuso e sperduto nella sola Provincia di Bolzano,
come se la limitata dimensione di una Comunità possa precludere
il diritto di formare una Nazione, di appartenere ad essa e di essere tutelata come
Comunità nazionale. Ecco perché la questione alto-atesina non può più essere prerogativa del solo gruppo tedesco, ma deve sapersi aprire a quella seconda fase che tenga in considerazione anche le molteplici necessità - ormai divenute improcrastinabili - della Comunità di lingua italiana dellAlto Adige. |
Presentazione Introduzione Toponomastica Proporzionale Bilinguismo (Im)pari Opportunità |
[3] Sistematicamente, i libri poco graditi alla Giunta provinciale non appaiono nemmeno fra la bibliografia presente nel Manuale dellAlto Adige edito dalla Provincia Autonoma di Bolzano. In alcune pagine conclusive di questo stampato, vengono riportati i titoli di numerose opere riguardanti lAlto Adige, tranne due in qualche modo (evidentemente) scomode: Sangue e suolo di S. Vassalli e Alto Adige: volti e risvolti di un golpe perfetto di F. Guiglia. Ritorna
[4] Una indagine statistica effettuata in alcune scuole superiori di Bolzano per conto della università di Klagenfurt ha indicato a questo proposito dati interessanti: per il 20% degli studenti italiani, la comunità italiana è generalmente svantaggiata, per il 62% essa è svantaggiata in taluni settori. Il dato viene confermato anche dal 20% degli studenti di lingua tedesca per il quale il gruppo italiano sarebbe svantaggiato.Ritorna
[5] Con la quietanza liberatoria, per intenderci, non avrebbero dovuto più essere riconosciute dallo Stato italiano nuove norme, proprio perché veniva riconosciuto al Governo lassolvimento dei propri impegni assunti a favore della comunità di lingua tedesca dellAlto Adige (cfr. nota 113 e relativo testo) Ritorna