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La
questione altoatesina
Prima ancora
delle Brigate Rosse e dello stragismo più o meno di Stato; quasi dieci anni dopo il
termine del Secondo conflitto mondiale. Fu chiamata
impropriamente la guerra ai tralicci, ma oltre
ad essi a cadere, uccisi dal tritolo, furono anche 15 rappresentanti delle forze
dellordine e due civili. Fu una Guerra
civile di circoscritta estensione non certo di limitate proporzioni, quella serie di
attentati in Alto Adige che interessò la provincia più settentrionale dItalia
negli Anni Cinquanta/Sessanta; ma fu guerra in tempo di pace fra civili appartenenti allo
stesso Stato, anche se non tutti si sentivano figli della stessa Patria[1]. Fu un
conflitto fatto di bombe, di trappole, di morti e di feriti che richiamò
lattenzione dei politici di Roma su quella che fu definita la questione alto-atesina[2]. In realtà di
quel terrorismo poco se ne doveva parlare, e poco se ne parlò; oltre 30 anni dopo quei
fatti e quasi 20 anni dopo gli attentati dinamitardi degli anni Ottanta, della questione
alto-atesina poco si parla ancora.[3] Almeno sotto talune prospettive. Allora come
oggi, insomma; ieri i Governi tacquero sui pericoli di una Autonomia che dava pieni poteri
ad un singolo partito che quella Autonomia chiedeva per tutelare la propria Comunità. Oggi i
Governi tacciono su come lAutonomia alto-atesina si sia lentamente trasformata in un
sottile ma tagliente boomerang per la popolazione italiana dellAlto Adige. A quel tempo
la canzone dei Pooh Brennero 66 - che faceva esplicito riferimento ai
finanzieri morti proprio
negli anni Sessanta, uccisi dal tritolo autonomista - subì una censura di Stato; ai
giorni nostri - tendendo a dare credito a chi sostiene che gli italiani di lingua
italiana dellAlto Adige vivono e godono lautonomia al pari dei
cittadini di lingua tedesca (chiamarli italiani, sarebbe per molti di loro
offensivo) - lo Stato ignora una situazione di apparente e dichiarato disagio materiale e
psicologico che la Comunità italiana vive in Alto Adige, per una gestione a senso unico
dellAutonomia stessa da parte della SVP. Fu così, in
definitiva, che nacque la questione alto-atesina;
non con l8 settembre 1943, cioè con larmistizio quando si fece largo - come
conseguenza o reazione ad alcuni avvenimenti che caratterizzarono il Ventennio in Alto
Adige - lidea di riparare i danni
subiti dalla popolazione tirolese. Non con la formalizzazione di questa idea,
concretizzatasi il 5 settembre 1946 con lAccordo De Gasperi-Gruber, che garantisce
alla minoranza di lingua tedesca misure speciali per il mantenimento del carattere etnico
e dello sviluppo economico e sociale. La questione alto-atesina si auto-celebra negli Anni
Sessanta con gli attentati separatisti quando irrompe allattenzione italiana il
problema della minoranza di lingua tedesca dellAlto Adige[4]. Un problema,
allora, di disagio, materiale e psicologico della minoranza di lingua tedesca in ambito
nazionale; né più né meno di quello vissuto oggi da quella fetta di popolazione locale
che appartiene ad unaltra minoranza, posta però in un contesto provinciale: la
minoranza italiana. Da allora, da
queste parti, i terroristi di quegli anni non sono combattenti che sbagliano,
ma attivisti per la libertà. Vengono onorati annualmente[5] con manifestazioni alle quali partecipano
anche esponenti di spicco della SVP ed autorità di quello Stato austriaco che da decenni
garantisce una sorta di protettorato nei
confronti della comunità di lingua tedesca[6]; ed a queste latitudini, lelemento
italiano viene ancora definito offensivamente Walsche: lo straniero. Stabilito
questo, appare ora opportuno chiarire perchè la questione alto-atesina si dovrebbe
dividere in due fasi: una accertata, di fatto riconosciuta anche se non condivisa appieno
almeno nelle sue forme risolutive; lattuale Autonomia, in sostanza. Una seconda
ancora in gran parte da riconoscere più che da scrivere e che non può essere considerata
subordinata alla precedente. Si è detto
già della prima fase: quella cioè del perio-do che congiunge la data
dellarmistizio (1943) a quella dellentrata in vigore del secondo Statuto di
Autonomia (1972), meglio conosciuto come pacchetto[7]; un pe-riodo durante il quale si assiste alla
rincorsa, anche violenta, allAutonomia locale da parte di una fetta della
cittadinanza di lingua tedesca. Ma dal 1972
inizia - o sarebbe dovuta iniziare - una seconda fase della questione alto-atesina: molti
hanno inteso pretestuosamente individuare questa seconda fase come quella di attuazione
delle norme e quindi in qualche modo attuativa; una appendice, insomma, e nulla più.
Sbagliando, però. Contrariamente
alle aspettative, la seconda fase della questione alto-atesina dovrebbe essere rovesciata
se raffrontata con la prima, come vista allo specchio, ma letta in una prospettiva
italiana. Perché essa appare una fase dalla quale, sempre più, emerge la certezza che
quelle regole imposte per tutelare un gruppo linguistico di fatto hanno avuto effetti
moralmente e materialmente penalizzanti per almeno uno degli altri gruppi linguistici
della provincia: per la Comunità italiana. Solo che, a
differenza della prima fase internazionalizzata, la seconda epoca della questione alto-atesina rimane vagamente entro i
confini della sola provincia di Bolzano, pressoché - volutamente o meno - occultata un
po da tutti: da molte forze politiche, da numerosi mass-media nazionali, dai
cosiddetti opinion-maker tutti convinti che per il solo fatto di ammirare i gerani
copio-si ai balconi, le strade pulite o gli ospedali ordinati, la vita in Alto Adige non
può avere risvolti negativi per laltro gruppo linguistico; che, anzi, dovrebbe
beneficiare in qualche modo anchesso proprio di quegli ospedali, di quelle strade e
persino di quei gerani copiosi. Purtroppo
però nessuno accenna alla difficile convivenza fra i gruppi linguistici, sempre in bilico
e sostenuta in piedi grazie a complicati esercizi equilibristici. Questa
diffusa ignoranza della questione alto-atesina ha di fatto prodotto un lento ma graduale
abbandono o distacco da parte dei Governi succedutisi in questi anni - trasformatisi in
vere e proprie concessionarie politiche nei confronti di chi ha sempre rivendicato una
Autonomia politica per lAlto Adige - dalle radici del problema alto-atesino. Lattuazione
rigida di certe normative in materia di proporzionale e bilinguismo; leccentricità
nel controllo delleconomia; legoistica visione sociale; uno sconcertante
controllo sulla cultura passata e presente che vuole usare il colpo di spugna pure a
riguardo della toponomastica italiana; i mai sopiti sfrenati desideri di ricongiungersi
geo-politicamente allarea tirolese mirando a minare i contenuti e le competenze
della Regione Trentino-Alto Adige; in breve: lesasperante gestione monolitica della
Autonomia da parte della SVP spinge la Comunità italiana fin dentro un labirinto di
specchi nel quale è complesso trovare una uscita. Per questo si
deve fare largo lidea della necessità che alla politica del carciofo[8] perseguita dalla SVP si risponda con
lapertura di una questione alto-atesina capace di mettere definitivamente e
chiaramente in evidenza lirrinunciabilità e linderogabilità di adottare
strumenti in favore di quella minoranza locale che si individua e si riconosce nella
Comunità italiana. Lassenza di questi provvedimenti infatti giustifica
linsorgere di quella insofferenza del gruppo italiano che viene definita il disagio degli italiani. Non quindi -
come si vorrebbe sostenere in certi ambienti - solo la denatalità, molto forte fra la
popolazione italiana, o i decessi fra le cause del calo della Comunità italiana in Alto
Adige; alla base di questo dato cè un malessere, non solo psicologico, circa la
limitazione delle opportunità offerte alla popolazione di lingua italiana da regole -
anche troppo restrittive - dellAutonomia alto-atesina: esiste in breve quella
sensazione che è molto di più di una semplice apprensione; esiste quel disagio - che
e costantemente causa di migrazioni da parte di molti cittadini di lingua italiana
verso altre Province del Paese - dovuto ad esempio ad una occupazione che non si trova se
non si conosce la seconda lingua: è evidente che tale fenomeno colpisce soprattutto i
giovani, che sono in misura maggiore in cerca di occupazione. Quindi il futuro di ogni
Comunità umana. Un seconda fase della questione alto-atesina insomma che deve tenere conto sia di questo diffuso disagio sia delle prospettive e delle soluzioni adottando le quali si scongiura lesistenza del disagio stesso; e soprattutto deve saper tenere conto dello stato in essere della popolazione di lingua italiana, affinché quella che viene definita correttamente lintegrazione fra i gruppi linguistici in Alto Adige non diventi lassimilazione di una intera Comunità; nella fattispecie, quella italiana. |
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[1] Il terrorismo in Alto Adige si è articolato
in due periodi: un primo, quello avviato il 20 settembre del 1956 con un attentato ad un
traliccio a Settequerce, alle porte di Bolzano e conclusosi sul finire degli Anni
Sessanta. Ci fu poi una seconda ondata di attentati fra il 1986 ed il 30 ottobre del 1988.
Attraverso questi due periodi passano 361 azioni terroristiche, di cui 46 negli Anni
Ottanta, con esplosivi, mitragliate e mine antiuomo. Furono 21 i caduti fra cui 4
terroristi dilaniati dagli ordigni che stavano confezionando, 57 feriti (24 rappresentanti
delle forze dellordine e 33 privati cittadini). Tristemente nota rimane ancora oggi
la notte dei fuochi dell11/12 settembre 1961 quando si registrarono 37 attentati (ed
una vittima a Salorno) ed altrettanti sventati. 157 condanne, poche in realtà scontate in
quanto i terroristi spesso hanno trovato adeguato rifugio e protezione in Austria e
Germania; taluni di essi, peraltro, recentemente graziati dal Presidente della Repubblica
Scalfaro, attraverso quello che per il Presidente della Giunta provinciale Luis Durnwalder
ha rappresentato un atto di giustizia.
E singolare, inoltre, come nonostante i danni subiti dal territorio e dalla
popolazione negli Anni del terrorismo autonomista, i Governi provinciali non abbiano mai
ritenuto doveroso ed opportuno costituirsi parte civile ai processi relativi. Ritorna
[2] In una intervista di qualche anno fa, lo stesso Silvius
Magnago, ex Obmann (cioè Presidente) della SVP disse che gli attentati dinamitardi hanno chiaramente portato
alla trattativa ed alla fin fine anche al nuovo Statuto.Ritorna
[3] Nel suo monitoraggio sulle zone di confine
redatto nel febbraio del 1996, il medesimo Ministero degli Interni parla solo di scoppio di decine di cariche esplosive ai
tralicci di energia elettrica esistenti nella zona di Bolzano e dintorni che diede il via
ad una ondata di attentati terroristici sorvolando sui 15 militari e 2 civili
rimasti uccisi da questi eventi. Lo stesso atteggiamento è peraltro sostenuto anche dalla
Provincia Autonoma di Bolzano.
[4] 4 Rimane ancora un mistero il ruolo dellAustria negli
attentati degli Anni Sessanta. Secondo il suo testamento regolarmente registrato in uno
studio notarile, il terrorista Luis Amplatz (considerato uno dei più attivi e pericolosi
dinamitardi) testimoniò che fra i personaggi austriaci di primo piano coinvolti nel
collaborazionismo, ci fu anche lallora Ministro degli Esteri austriaco Bruno
Kreisky; Amplatz affermò inoltre di aver ricevuto ottime armi ed anche assicurazioni di immunità. Qualche tempo
dopo Amplatz morì in un agguato e si imputò ai servizi italiani la sua
morte. Ma era certo divenuto un personaggio scomodo anche per i servizi
austriaci. Ancora di recente, inoltre la provincia del Tirolo ha consegnato una croce al
merito a Rosa Klotz, moglie di colui che ebbe
un ruolo di spicco nel terrorismo di allora: Georg Klotz.Ritorna
[5] Nel contempo, ogni qual volta la popolazione italiana intende onorare martiri come Battisti, Chiesa e Filzi, divampano le polemiche perché si offenderebbe la sensibilità della popolazione di lingua tedesca ricordando chi volle lAlto Adige ed il Trentino riunito al territorio italiano.Ritorna
[6] L8 dicembre del 1999 alla cerimonia ad Appiano
organizzata dallHeimatbund, è stato presente anche il Presidente del Tirolo
(Austria) Wendelin Weingartner, personaggio che già in passato aveva avuto parole di
benevolenza nei confronti dei terroristi altoatesini. In merito alla questione lon.
Mitolo di AN ha presentato una interrogazione urgente in Parlamento. La presenza di
Weingartner, ha rappresentato una provocazione per gran parte della Comunità di lingua
italiana alto-atesina ed un atto di ingerenza straniera in fatti interni allo Stato
italiano.Ritorna
[7] Dal complesso di misure (137) previste nel 1969 ed attuate nel 1972 ad integrazione e sostanziale modifica del primo Statuto concordato ed accordato nellimmediato Dopoguerra.Ritorna