(IM)PARI OPPORTUNITA'

 

 

 

L'Autonomia a senso unico
La distribuzione per settori economici
Cause ed effetti
Disparità nel campo della cultura...
...ed in quello dell'edilizia popolare

Conclusioni

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Autonomia a senso unico

Nella cultura comune, pari opportunità significa il rispetto e l’equilibrio di possibilità - generalmente professionale - riconosciuti fra sessi diversi.

In Alto Adige anche questa definizione assume un significato tutt’altro che univoco, tanto da scardinare questa fortezza terminologica che custodisce la parità dei sessi e l’equo rapporto fra persone; in Provincia di Bolzano, infatti, pari opportunità fa riferimento anche alla eguaglianza di occasioni offerte ai gruppi linguistici.

Senza la pari opportunità fra i gruppi, non sussiste la pari dignità. Di conseguenza si manifesta inesistente pure una autentica „pace sociale“ fra le varie Comunità che vivono nella provincia più settentrionale d’Italia: in quanto il beneficiare di possibilità maggiori da parte di un gruppo pone l’altro gruppo (o gli altri gruppi) in una situazione di palese discriminazione e, quindi, di disa-gio psicologico e materiale, poiché costretto ingiustamente ed ingiustificatamente a godere di minori occasioni.

In questo contesto, una delle più ricorrenti critiche che da parte della comunità italiana vengono espresse nei confronti della SVP per la sua zelante gestione dell’autonomia alto-atesina, è verso quella peculiarità in base alla quale ad essa si fa seguire un percorso definito a senso unico; più precisamente le si rimprovera - come vedremo, non senza ragione - la ripartizione dei benefici della Autonomia indirizzati per lo più a vantaggio di un gruppo linguistico (nella fattispecie, quello di lingua tedesca)[1].

L’Autonomia a senso unico è un po’ come quei trucchi di certi prestigiatori: c’è, ma non si vede. Le strutture pubbliche funzionano (nel bene e nel male) per tutti; la pulizia delle strade beneficia indistintamente i gruppi italiano, tedesco e ladino; se un paesaggio è ameno per un cittadino di lingua tedesca potrà essere per lo meno gradevole per colui che appartiene alla comunità italiana; certo, comunque, che quella cartolina vivente mai verrà considerata brutta.

Lontani appaiono, inoltre, anche quei tempi in cui aziende alberghiere di montagna indicavano sfacciatamente di non gradire turisti italiani[2]; ed infine sembra isolato anche un caso analogo avvenuto sul finire del 1998 a Bressanone, che fece molto discutere di cui si rese protagonista un esercente di lingua tedesca.[3] Si tratta di pochi eventi (almeno nella loro apparente ufficialità), per invero, ma è sintomatico di certi umori che serpeggiano nell’animo della Comunità tedesca.

No; la cosiddetta Autonomia unidirezionale non si esplica più attraverso l’audacia di tali metodi, dove il confine fra spudorata discriminazione e bravata appare talmente sottile da sembrare invisibile. Questa Autonomia a senso unico si realizza in maniera subdola, ma sistematica, attraverso metodi forse meno evidenti, ma non per questo altrettanto meno incisivi; mediante, cioè, l’avvilente ed iniqua distribuzione, ad esempio, dei contributi assegnati fra le varie comunità altoatesine relativamente sia alle necessità come alla consistenza delle stesse.

La distribuzione

per settori economici

Il fenomeno abbraccia pressochè tutti i settori: quello economico, quello della cultura, della scuola e perfino il campo dell’edilizia pubblica. Gli  esempi a riguardo sono molteplici a cominciare con la ripartizione delle risorse finanziarie attribuite negli anni ai settori produttivi attraverso la predisposizione di una finanziaria locale soggetta più a strampalate influenze e motivazioni di carattere etnico, che a una sensata e corretta politica economica. Atteggiamento, questo, che ha determinato la creazione di comparti occupazionali di serie A e di serie B in base all’indirizzo etnico cui ogni settore prevalen-temente si rivolge.

In questo tipico e quotidiano paesaggio altoatesino gli onnipresenti gerani sul balconi testimoniano fisicamente ed idealmente che il frutto della terra (quindi il settore agricolo[4]) ricopre un ruolo padronale nell’economia alto-atesina beneficiando del 47,4%[5] delle risorse riservate al mondo economico; che unitamente agli altri comparti gelosamente gestiti dalla Comunità tedesca (commercio e turismo su tutti) garantiscono oltre l’80% di risorse ad un gruppo che rappresenta quasi il 68% della popolazione.[6]

Inoltre nel 1998, per ogni elemento impiegato nel settore agricolo è subentrato un supporto finanziario dalla Provincia di oltre 8 milioni di lire contro i nemmeno 2 milioni di lire assegnati, per ogni suo addetto, ad una ancor fragile industria destinata a subire gli umori ed il peso dei potenti interessi di categoria e di pretestuose animosità di rivalsa. Ciò, in particolar modo, per il significato che ha ricoperto - più in passato che attualmente - la Zona Industriale di Bolzano.[7]

Poiché Zona Industriale e gruppo italiano hanno per intere generazioni rappresentato un abbinamento inscin-dibile, è facile comprendere che il gruppo italiano beneficia solo in parte di questo scarso 17% delle risorse stesse, non essendo praticamente impegnato, negli altri settori economici.

Ma si sa; non si muove foglia, che l’agricoltura non voglia.

Se, infatti, l’Autonomia riconoscesse alla Comunità italiana la possibilità di gestire almeno il 27% delle risorse relative ai comparti economici (cioè in base alla propria presenza sul territorio, accertata dall’ultimo censimento linguistico), la componente altoatesina di lingua italiana non si troverebbe a beneficiare del 10% in meno delle risorse in qualche modo „spettanti“ o comunque utili a sostenere una propria economia. Ma questa distribuzione più equa e più appropriata della ricchezza, chiamerebbe in particolar modo l’agricoltura, proprio per effetto degli sproporzionati apporti economici di cui gode, a dover rinunciare ad una fetta consistente dei medesimi.

Consequenzialmente, appare inevitabile che la asimmetria con la quale vengono distribuiti ed assegnati i contributi nel settore economico provochi reazioni negative sull’occupazione fra la comunità di lingua italiana.

Cause ed effetti

 Uno dei biglietti da visita della Provincia di Bolzano è il bassissimo tasso di disoccupazione, posto attorno al 2%[8]; se peraltro questo dato si rapporta ad una situazione nazionale, esso assume ulteriore rilevanza[9].

Il quesito che ci si pone, anche per accertare il grado di disagio della Comunità italiana, è: come sia ve-ramente ripartita fra i gruppi linguistici, la disoccupazione in Alto Adige? L’assenza di dati ufficiali e certi (e se esistono, i medesimi non sono pubblici) pone seri dubbi su una distribuzione della disoccupazione altrettanto proporzionata fra le Comunità linguistiche così come si esige sia l’occupazione. Indubbiamente sarebbe assurdo pretendere il rispetto della proporzionale anche in questo settore, benchè la netta sensazione - mai smentita nemmeno dai vertici provinciali - è quella che la quasi totalità dei disoccupati altoatesini appartenga alla comunità italiana. Per ragioni storiche e costituzionali.

Nell’ambito occupazionale, infatti, il gruppo italiano ha sempre più spesso la strada sbarrata sia dagli esa-speranti principi dello Statuto già trattati (proporzionale e bilinguismo) sia dalla considerazione che in particolar modo nel settore del commercio ed in quello del turismo (quasi totalmente gestiti da imprenditori di lingua tedesca) vi è un forte richiamo alla ereditarietà imprenditoriale di famiglia, per cui l’impresa del padre diviene mestiere per il figlio. Nondimeno, infine, c’è anche l’atteggiamento di molti operatori privati di lingua tedesca che propendono per assumere personale non italiano: ciò è determinato dalla necessità della conoscenza della lingua tedesca, dalla convenienza economica dettata dal basso costo del personale extracomunitario utilizzato soprattutto in agricoltura e turismo (fino a non molti anni fa, molti cuochi o lavapiatti erano italiani, oggi non più[10]) e da smanie pantirolesi di alcuni operatori economici che non fanno mistero di non gradire personale di lingua italiana.[11]

Inversamente, questa deprimente prassi non appar-tiene alla cultura di quei (pochi, per invero) imprenditori italiani che, paradossalmente - proprio per la necessità di assumere personale qualificato almeno nella doppia lingua - si vedono spesso costretti ad impiegare presso la propria azienda elementi prevalentemente di lingua tedesca.

A questa considerazione, inoltre, si aggiunga l’esodo cui forzatamente sono stati sottoposti (ed, in parte, lo sono tuttora) molti giovani di lingua italiana che non trovando in Alto Adige sufficienti opportunità di studio e professionali, sono emigrati in altre province italiane per seguire corsi universitari. La recentissima apertura della „Libera università di Bolzano“[12] calmiererà in parte questo esodo solo nell’arco di 10 anni; per cui attual-mente queste situazioni pregresse determinano ancora oggi e condizioneranno nell’immediato futuro la migrazione giovanile di lingua italiana ancora in maniera sensibile.

Disparità nel campo della cultura...

Fra il danno e la beffa, il passo è proverbialmente breve; in Alto Adige, non ci si sottrae nemmeno a questa massima popolare. Ad uno sradicamento forzato di molti giovani di lingua italiana dalla terra in cui sono nati e cresciuti e nella quale permangono le loro famiglie di origine, si aggiunge anche la beffa delle borse di studio garantite dalla provincia, proprio per effetto di questa migrazione, tutt’altro che equamente distribuite; nella forma e nella sostanza.

Nel periodo 1993/1998 per esempio, la Provincia ha messo a concorso migliaia di borse di studio universitarie per studenti frequentanti Atenei all’estero e per quelli frequentanti Università sul territorio nazionale, assegnando nel primo caso 8521 sussidi (di cui solo il 1,1% destinato a studenti di lingua italiana) e 5195 sostegni economici nel secondo caso (di cui il 35,6% agli universitari di lingua tedesca). Ciò determina una banale equazione; promuovendo un maggior numero di borse di studio per l’estero - iniziativa assunta anche nel corso dell’anno scolastico 1998/99[13] - la Provincia sostiene maggiormente gli studenti che frequentano le Università straniere; che nella quasi totalità appartengono al gruppo di lingua tedesca.[14] 

Lo j’accuse ha un ulteriore fondamento: proprio per effetto di questa distribuzione dirottata, negli ultimi 5 anni il supporto economico offerto dalla Provincia agli studenti universitari di lingua italiana frequentanti Atenei all’estero o sul territorio italiano è di gran lunga inferiore a quello di cui usufruiscono gli studenti di lingua tedesca. Uno studio approfondito recentemente redatto ha accertato che i primi hanno beneficiato di 9 miliardi di lire in meno della somma concessa ed assegnata agli universitari di lingua tedesca; e non perché le domande presentate da questi ultimi fossero state, come prevedibile, in misura maggiore, poiché il calcolo è stato effettuato in valore „pro capite“; una disparità di opportunità fra i gruppi ancora più grave e preoccupante se si considera che coinvolge il settore dell’istruzione e dei giovani; e quindi della formazione e del futuro generazionale.[15]

L’iniquità del trattamento, a ragion del vero, iniziano già con i servizi offerti agli studenti che frequentano la scuola elementare o media.

La necessità di raggiungere sedi scolastiche lontane qualche chilometro dal proprio luogo di residenza ha portato a prevedere l’organizzazione di servizi per il trasporto alunni con bus. In alcuni casi, però, di essi possono usufruire solo gli alunni di lingua tedesca, in quanto la Provincia tende erroneamente a parificare le esigenze; infatti nei comuni o frazioni periferici, la ramificata presenza di scuole tedesche non rende necessario prevedere il trasporto alunni anche se invece diventa irrinunciabile per il gruppo italiano, non essendovi le scuole in lingua italiana[16]. Accade cosí che in diverse circostanze alcuni genitori di bambini frequentanti scuole di lingua italiana debbano organizzarsi da soli per prevedere ed assicurare un trasporto e la sicurezza dello stesso che per altri viene totalmente garantito dalla Provincia, anche affidando l’appalto a terzi.

Inoltre la gioventù di lingua italiana denuncia la difficoltà di gestire, attraverso adeguate strutture, il proprio associazionismo e la propria cultura[17].

...ed in quello

dell’edilizia popolare

Lo squilibrio sociale che tende a diseguagliare le opportunità fra i gruppi linguistici, si evidenzia pure attraverso un ultimo aspetto certamente meritevole di attenzione poiché concerne quel settore che rappresenta per ogni cittadino un diritto garantito dalla Costituzione italiana: la casa.

Come s’è detto, per motivi che appartengono alla storia dell’Alto Adige e della Comunità nazionale di lingua italiana, il gruppo italiano è occupato prevalentemente nell’industria o nel pubblico impiego, settori che indubbiamente offrono minori opportunità economiche rispetto a quelle di professioni la cui decisa prevalenza occupazionale è del gruppo tedesco: l’agricoltura, il commercio e il turismo.

Le minori capacità economiche, unitamente alla considerazione che a Bolzano un alloggio di medie dimensioni, in zona semicentro, ha costi pari a 3 milioni e mezzo al metro-quadro (salgono da 4,5 milioni a 7 milioni nel centro cittadino)[18], attestano una comprensibile maggiore necessità della Comunità italiana di ottenere un alloggio popolare, quindi agevolato.[19]

Anche nell’edilizia pubblica l’applicazione rigida come certi inverni altoatesini, della proporzionale ha portato in passato ad allontanare la Comunità italiana dalle sue necessità sociali ma anche civili. Il criterio del bisogno nell’assegnazione degli alloggi pubblici è stato introdotto solo da dieci anni, dopo peraltro vibrate proteste che portarono anche alla raccolta di firme per una petizione popolare.[20] Fino ad allora l’alloggio popolare veniva assegnato in base ad una severissima applicazione della proporzionale etnica; in pratica una abitazione veniva assegnata ad un gruppo anche se l’altro appariva più bisognoso. Per le ragioni che  vedremo più avanti, a risultare più discriminato da questo provvedimento fu proprio il gruppo italiano che maggiormente necessita da sempre di un l’alloggio popolare.

Se poi ad essa si fossero nel tempo aggiunti - come di fatto è stato - alcuni fantasiosi criteri di solidarietà, non solamente impostati da anni ma anche attivati per più di un decennio prima di essere bloccati, l’ameno quadretto altoatesino disegnato dalla SVP sarebbe stato dotato anche di una vivace e singolare cornice.

In una realtà plurilingue, per assegnare un alloggio popolare non potevano non esserci pluri-graduatorie; una per ogni gruppo linguistico, per l’esattezza. Se non che una delibera, scoperta dopo insistenti ricerche nel gennaio del 1998, prodotta nel 1986 dal CER, il Comitato per l’edilizia residenziale[21] organo preposto alla assegnazione delle agevolazioni richieste, inserì fra le graduatorie del gruppo italiano per le assegnazioni degli alloggi IPES le domande di tutti i cittadini del mondo - e quindi anche europei e extracomunitari - non appartenenti all’area tedesca; questi ultimi infatti, bontà loro, venivano immessi nelle graduatorie della comunità tedesca.

La polemica che si sollevò era indirizzata non tanto al limitato numero di alloggi „persi“ quanto all’errato principio che fosse solo il gruppo italiano a rispondere di una situazione che avrebbe dovuto gravare sull’intera popolazione. Ritenendo difficile pensare che gli extracomunitari potessero essere aggregati a questa area, la somma che usciva da questa operazione politica - più pericolosa per gli aspetti futuri riguardanti l’immigrazione, che per quelli passati[22] - da qui a qualche anno sarebbe stata una ulteriore penalizzazione della Comunità italiana nel settore edilizio.[23]

A fronte di questa poco esaltante realtà, il gruppo italiano ancora oggi vanta nell’edilizia pubblica un credito di 107 miliardi di lire; una somma cioè mai stata spesa in quasi trent’anni di Autonomia, ma comunque spettante alla componente alto-atesina di lingua italiana in conseguenza di massicci investimenti nei decenni trascorsi applicati ad esclusivo vantaggio di persone di lingua tedesca.

Negli anni Settanta, ad esempio, la Provincia asse-gnò robusti contributi nel settore edilizio mimetizzandoli con altre voci, per ristrutturare vecchi masi di montagna trasformandoli nel contempo in pensioni od alberghi. Ciò a molti contadini ancora oggi ha garantito una „doppia professione“: quella di agricoltore, con i suoi frutti non solo alimentari, e quella di albergatore, con le sue agevolazioni non esclusivamente edilizie. Facilitazioni per la costruzione, l’acquisto ed il recupero delle abitazioni peraltro, alle quali il gruppo tedesco può partecipare senza alcuna restrizione temporale, ancor più della componente italiana.

 Una recentemente riconfermata disposizione di legge licenziata dal consiglio provinciale, definisce che coloro i quali emigrano dall’Alto Adige in altra provincia italiana per motivi professionali, di studio od altro e successivamente intendono rientrare, sono diversificati confronto a coloro che emigrano all’estero; questi ultimi, possono contare su quei benefici che di fatto vengono negati ai primi.[24]

Se il provvedimento all’apparenza „colpisce“ l’intera popolazione alto-atesina appartenente ad ogni gruppo linguistico è evidente che sarà in particolar modo la Comunità di lingua italiana a subirne gli effetti; infatti sono i cittadini di questo gruppo linguistico che - o per frequentare corsi universitari (stabilendosi nelle sedi cittadine interessate) o per mobilità professionale (dipendenti dello Stato, magari dell’Esercito, etc.) - sono tenuti a trasferirsi in altra città italiana; la eventuale assunzione di residenza anche di un solo giorno, a volte atto obbligatorio per talune professioni o per l’iscrizione a scuole o corsi di formazione, significa perdere i diritti per partecipare alla assegnazione di una casa popolare per i successivi 5 anni[25]; limitazione non prevista per chi si trasferisce all’estero.

Conclusioni

Forse martire dell’Autonomia la Comunità italiana non lo sarà, almeno oggi. Ma se non altro si revochi il ruolo da buon samaritano di evangelica memoria, dettato da quel concetto-dovere cristiano dell’amore verso il prossimo che la SVP ha voluto e saputo sapientemente ritagliare addosso alla comunità italiana.

Pari opportunità, quindi,  non solo fra sessi ma anche fra gruppi linguistici, affinchè la cultura del rispetto e della convivenza compiuta sia intesa come elemento indispensabile del vivere comune; capace di riconoscere le opportunità con equi e proporzionati interventi. Altrimenti l’Autonomia altoatesina continuerà a differenziare un terzo della popolazione locale che si riconosce nella Comunità italiana determinando in esso sempre più una sensazione di emarginazione dalla gestione dell’Autonomia stessa e quindi dalle prospettive future, e di alienità in rispetto al luogo, non solo geografico ma anche storico e culturale, in cui la componente italiana vive.

Presentazione  Introduzione Toponomastica  Bilinguismo Proporzionale Regione Breviario Sommario Autore Home Page


[1] Nel gennaio del 1996, pochi mesi dopo essere stato eletto alla carica di primo cittadino, lo stesso sindaco di Bolzano avv. Salghetti-Drioli in un intervista alla stampa locale (Alto Adige - 12.01.1996) sostenne che „il gruppo italiano comunque beneficia meno dei vantaggi dello Statuto“. Ritorna

[2] Negli anni ’80 scoppiò la polemica innestata da alcune aziende agrituristiche, le quali avevano fatto inserire nella relativa guida turistica (accanto al nome del proprio esercizio), una postilla che indicava la preferenza di avere come ospiti, villeggianti non italiani. Sotto accusa andò anche la stessa Associazione che permise la pubblicazione della guida, distribuita non solo in Alto Adige. Ritorna

[3] In un documento che doveva rimanere segreto, un’esercente del posto precisava di preferire quali suoi clienti „25-30enni brissinesi di madre-lingua tedesca che esercitano una professione con la quale non ci si sporca“ definendo apertamente „non graditi“ „i giovani, donne e uomini anziani, militari italiani, operai, contadini etc“; Ritorna

[4] Indubbiamente la maggior ricchezza dell’economia altoatesina è rappresentata dall’agricoltura, totalmente gestita dal gruppo tedesco. I contadini hanno un enorme peso politico in provincia di Bolzano. Rappresentati dal „Bauernbund - Lega dei contadini“ ad essi è riconosciuta una influenza tutt’altro che secondaria nelle decisioni della SVP. L’attuale Presidente della Giunta provinciale Luis Durnwalder fu in passato proprio Direttore di questa potentissima associazione. Ritorna

[5] Dati del Bilancio provinciale di previsione per l’anno 2000. L’intera provincia di Bolzano per il 2000 beneficierà di 6871,9 miliardi di lire; di questi, quasi 567 miliardi sono stati stanziati per i settori economici, di cui 270 miliardi di lire per l’agricoltura. È pensabile comunque che l’assestamento del bilancio innalzerà questi ”tetti”. Ritorna

[6] La fiorente attività agricola, in Alto Adige, è aiutata anche alle agevolazioni del tutto particolari ad essa riservate. Il decreto di delega 15 dicembre 1997, n. 446, per esempio, ha abolito l’ILOR unitamente ad altri tributi; di fatto ciò ha significato la cancellazione della già favorevole riduzione del 50% dell’ILOR per la tassazione del reddito patrimoniale e fondiario qualora il terreno agricolo sia situato a più di 700 m.s.l.m.; ciò significa che i contadini di montagna, dopo che per 24 anni hanno pagato al 50% l’ILOR, dal 1997 non la pagano affatto e comunque non versano i tributi un tempo ad essa relativi. Da considerare inoltre che vaste zone coltivate ad esempio a frutteto ancora oggi sono registrate nel catasto come „palude“, per cui in grado di produrre un reddito praticamente nullo. Ciò peraltro rischia di comportare anche una elevata evasione fiscale. Ritorna

[7] La Zona Industriale di Bolzano si trascina dietro la supposta colpa di essere stata creata nel Ventennio con l’intenzione di italianizzare i territori annessi a seguito della Grande Guerra. Con essa, in realtà si volle anche garantire uno sviluppo più moderno dell’Alto Adige sfruttando la posizione geografica di Bolzano ed i grandi investimenti fatti negli anni Trenta nel settore della produzione di energia idroelettrica (cfr. Proporzionale - nota n. 57). In questo contesto le aziende insediate presso la Zona Industriale (la Lama Bolzano, le Acciaierie Falk, la Lancia, l’Iveco, Speedline etc.) per oltre 40 anni hanno ricoperto un ruolo importante nell’economia alto-atesina, dando lustro alla stessa e garantendo l’occupazione che con il tempo ha abbandonato il carattere mono-etnico, dopo aver assicurato quasi totalmente lavoro a italiani residenti, veneti o trentini. Da qualche anno la ”Zona” ha visto la progressiva chiusura di aziende anche perché la Provincia ha frenato lo sviluppo di questa ricchezza economica locale concentrata a Bolzano, agevolando nel frattempo l’insorgere e lo sviluppo di una industria locale su tutto il territorio della provincia capace di dare lavoro ad oltre 50 mila dipendenti (solo sul finire degli anni 90, un’operazione della Provincia ha salvato le Acciaierie, peraltro da poco passate di mano). Ritorna

[8] Dati ASTAT dicembre 1998 Ritorna

[9] In un recente studio eseguito nel 1999 dall’Istituto di Ricerca economica della Camera di Commercio di Bolzano si sottolinea come il dato disoccupazionale in prospettiva sia destinato ad aumentare. Nei prossimi anni, infatti, si dovrà sempre più prevedere una immigrazione annua di 800 persone per scongiurare un calo di popolazione da qui al 2050 di 72.000 unità. Benché lo studio non lo esprima chiaramente, la causa di questo impoverimento di potenziale forza lavoro non è dovuto solo al generale invecchiamento di persone ed ad una forte denatalità in particolare fra il gruppo italiano, ma anche e proprio a seguito di una costante emigrazione della popolazione locale.Ritorna

[10] Cfr. anche nota 65 e testo relativo a pag. 74 Ritorna

[11] Cfr. note 79 e 80 e testo relativo a pag. 86 Ritorna

[12] Cfr. nota 72 e testo relativo a pag. 77 Ritorna

[13] Nella fattispecie, la Provincia ha messo a concorso 1.300 borse di studio per l’Estero e 688 per il territorio italiano. Questo nonostante che il numero di iscritti presso le Università straniere appare di nemmeno 500 unità superiore. Ritorna

[14] Il dato è dedotto per analogia con le assegnazioni dei sussidi in questione degli ultimi 5 anni. Ad un 1% ca. di assegnazione, può corrispondere al massimo - e quindi per eccesso - un 10% totale di frequentanti. Ciò significherebbe, nella migliore delle ipotesi, che il 10% delle domande presentate da studenti di lingua italiana sarebbero state accolte. Una precisa determinazione è impossibile, in quanto se la provincia accerta gli studenti di lingua tedesca iscritti alle Università straniere, gli Atenei non forniscono il dato totale degli iscritti provenienti dalla provincia di Bolzano (semmai, dall’Italia) da cui si potrebbero desumere per sottrazione gli studenti di lingua italiana.Ritorna

[15] Nell’accertamento del dato si è tenuto conto l’importo totale dei contributi concessi ad ogni gruppo linguistico, diviso il numero degli studenti richiedenti; tale operazione ha portato ad evidenziare che ogni studente universitario di lingua tedesca ha beneficiato dalle 500 mila lire ad un milione di lire in più di ogni „universitario“ di lingua italiana; sommando tali eccedenze per ogni studente e per ogni anno si giunge alla quota di 9 miliardi di lire. Ciò è possibile anche perché gli studenti di lingua italiana sono spesso figli di lavoratori dipendenti con reddito „accertato“; quelli di lingua tedesca hanno spesso genitori con lavoro autonomo (turismo, agricoltura, commercio) per cui hanno anche minore difficoltà a svolgere una attività lavorativa retribuita della durata di almeno tre anni (con rapporti di lavoro di durata superiore a tre mesi) in maniera da non dover presentare il reddito ed il patrimonio dei genitori, come prevedono i bandi di gara appositi. Tale disposizione può creare una supposta situazione di impoverimento, quindi una maggiore assegnazione di contributi, a favore degli studenti di lingua tedesca.Ritorna

[16] Tale disparità di trattamento renderebbe altresì indispensabile che il gruppo italiano gestisca autonomamente l’Ufficio per l’Assistenza scolastica che attualmente dipende dall’Assessorato alla cultura in lingua tedesca retto dalla SVP. Ritorna

[17] In ogni comune altoatesino la Comunità tedesca beneficia di strutture denominate „Casa della Cultura“; impianti analoghi mancano invece per il gruppo italiano anche nelle maggiori città alto-atesine ed in quelle, comunque, in cui la Comunità italiana è preminente o fortemente presente. A ragion del vero i finanziamenti esistono ma sono poco utilizzati dai responsabili istituzionali. Inoltre i soli gruppi linguistici tedesco e ladino beneficiano da anni un Istituto di Cultura; ciò determina, per la comunità italiana, l’assenza di un centro studi qualificato in grado di lavorare in profondità in alcuni ambiti come, ad esempio, la ricerca storica, supporto anche per una politica di sviluppo culturale.Ritorna

[18] Dati del „Sole 24 Ore“ facenti parte della statistica annuale sul benessere relativo alle Province e Regioni italiane. Si consideri che solo tre altri centri urbani sono più cari di Bolzano: Venezia, Milano e Roma realtà, però, che nei centri storici racchiudono una Storia urbana e mondiale di natura ben più prestigiosa. Ritorna

[19] Questa forte esigenza viene peraltro dimostrata dalle stesse domande presentate all’Istituto per l’Edilizia Sociale (IPES) per la richiesta della assegnazione di una unità abitativa presentate dal gruppo italiano; stando ai dati forniti nel 1998 dall’IPES, su 1.600 domande totali riguardanti l’edilizia sociale a Bolzano, 1.200 sarebbero state avanzate da richiedenti di lingua italiana.Ritorna

[20] L’attuale calcolo del fabbisogno è certamente migliorativo ma rischia di penalizzare ancora la Comunità italiana poichè segue un criterio ”misto” legato anche alla consistenza etnica relativa all’ultimo censimento. Infatti il fabbisogno dei gruppi si dovrebbe determinare solo attraverso l’analisi delle domande relative sia alle richieste di agevolazioni edilizie sia quelle per l’assegnazione di un alloggio presentate nell’arco di dieci anni, e non anche come invece prevede la legge vigente (LP 17.12.98 n. 13) procedendo ad un calcolo proporzionale ulteriore comparato con la consistenza etnica di ciascun gruppo, valore che dovrebbe rimanere estraneo - in quanto non attinente - proprio al fabbisogno.Ritorna

[21] La nuova Legge di riforma dell’ordinamento abitativo agevolato ha modificato la struttura di questo Organo; esclusi i „controlli“ politici delle opposizioni, esso è ora composto dall’Assessore provinciale competente in materia di edilizia pubblica e da quattro ulteriori assessori provinciali. Ritorna

[22] Il fenomeno era certo ristretto ma in preoccupante evoluzione: in Alto Adige infatti il rapporto popolazione-stranieri è secondo solo al Lazio. Sul finire del 1996 si contavano 9.000 residenti stranieri accertati in Provincia di Bolzano, di cui 6.000 provenienti da Paesi africani. Dati non ancora ufficiali del 1998 hanno indicato in più di 12.000 la presenza di stranieri residenti in Alto Adige, di cui solo una piccolissima parte „appartenenti all’area tedesca“.Ritorna

[23] La delibera perse la sua efficacia nel dicembre del 1998; infatti, la nuova legge di riforma dell’ordinamento abitativo ha introdotto una quarta graduatoria per le assegnazioni degli alloggi popolari, inserendo in essa tutti gli stranieri residenti. In passato l’inserimento di questa categoria di persone nella graduatoria riservata al gruppo italiano aveva visto perdere 11 alloggi alla Comunità italiana. In sostanza come già affermato con la delibera si contestava il principio che fosse solo una comunità linguistica a farsi carico dell’intero problema.Ritorna

[24] A stabilire questo provvedimento sono due articoli (art. 4 e art. 82) della legge provinciale 17 dicembre 1998 n. 13 di riforma dell’ordinamento dell’edilizia abitativa agevolata, votata a maggioranza dal Consiglio provinciale di Bolzano nell’ottobre del 1998.Ritorna

[25] Numerosi sono i casi verificatisi. Nel novembre del 1998 si era verificato il caso di una cittadina di Merano trasferitasi a Livorno e rientrata nel luogo di origine al decesso del padre, occupante alloggio popolare, con il quale aveva convissuto per 25 anni. Pochi  anni in terra Toscana bastarono per perdere un diritto che, chi va all’estero  mantiene; per esempio la successione nell’alloggio popolare. Ritorna