TOPONOMASTICA

Cartelli stradali: alla bilinguità di alcuni, si sostituisce la monolinguità di altri.  

 

 

Bolzano-Bozen
I primi passi
I principi bilingui dello Statuto
Patrimonio storico e culturale
Conclusioni

 

 

 

 

 

 

 

Bolzano-Bozen

Bolzano-Bozen non è solo un modo di chiamare il capoluogo dell’Alto Adige; indica soprattutto la peculiarità di una intera provincia che per anni si è faticosamente rispecchiata in una città; rappresenta, cioè, non solo un modo di essere ma il modo di essere della area geo-politica più settentrionale d’Italia: bilingue.

Con Bolzano-Bozen in sostanza, si è voluto celebrare a Roma un matrimonio „per decreto presidenziale“ fra ciò che è molto di più di una semplice espressione della lingua di uno Stato e i sentimenti di una minoranza locale.

Per oltre vent’anni Bolzano-Bozen ha rappresentato per il gruppo tedesco dell’Alto Adige un totem politico da esibire, perfino con vezzoso orgoglio; una conquista etnica e sociale che ha imposto, nell’estensione totale del bilinguismo, anche la bilinguità dei toponimi.

Da qualche tempo, però, il maggiore partito di riferimento della popolazione di lingua tedesca, la Südtiroler Volkspartei (SVP) il cui simbolo ritrae una stella alpina, ha iniziato a considerare un po’ invadente quel totem autonomista: la definizione di Bolzano - simbolo dell’italianità come ogni capoluogo è emblema del Paese in cui si trova - pare essere divenuta perfino ingombrante.

Da quando questo sentimento ha iniziato a farsi largo, si sono moltiplicate a tutti i livelli politici, ministeriali e diplomatici le iniziative per eliminare la toponomastica italiana; in maniera, peraltro, nemmeno tanto indolore per la Comunità italiana.[1]

Non c’è pericolo: Bolzano resterà Bolzano-Bozen (bontà loro). Magari, per qualcuno proprio come monito alle future generazioni; ma il 93% dei toponimi altoatesini in forma italiana verrà cancellato. Almeno questo è il progetto della SVP, il partito che con la sua schiacciante maggioranza in Consiglio provinciale rappresenta oltre il 60% della popolazione locale, trasformando l’Autonomia politica, in Autonomia etnica.

I primi passi

 L’operazione è già in atto da tempo: nel 1997 un quotidiano locale[2] ha messo in rilievo come nella provincia di Bolzano sistematicamente avvenga la cancellazione dei toponimi e degli odonomi[3] italiani e la sostituzione degli stessi con l’indicazione tedesca attraverso l’uso di cartelli con nomi solo in tedesco; rimpiazzando la traduzione bilingue della strada con una apparente bilinguità esclusivamente di facciata.[4]

In altri casi però si è andati già assai oltre seguendo una politica metodica e costante volta a disconoscere i toponimi italiani, tutt’altro che mansueta e per certi versi perfino stravagante se non fosse maledettamente seria: come nell’oltre ventennale uso monolingue della dizione di „Obereggen“ in vece dell’indicazione italiana esistente ma ormai, appunto, dispersa di „S. Floriano“, o l’esempio di „Trautmannsdorf“ per „Castel di Nova“[5].

Si è proceduto insomma - in una operazione che proprio in questi anni trova nuovi incentivi[6] - a „rottamare“ i toponimi italiani operando dapprima un monolinguismo strisciante, quindi una „germanizzazione de facto“ ancor più evidente nelle strade forestali e nei sentieri di montagna, la cui toponomastica appare oggi nella sola lingua tedesca anche in moltissimi casi di vie aperte dall’Alpenverien Suedtirol (AVS), omologo tedesco del CAI, Club Alpino Italiano.[7]

Questo progetto, che mira a negare al gruppo italiano la possibilità di esprimersi nella propria madre lingua attraverso una pressoché totale monolinguità dei toponimi alto-atesini, non solo si scontra con il buon senso e con il rispetto reciproco, ma ostacola perfino quelle regole dell’etica non scritta di una convivenza che non può limitarsi ad essere solo fisica ma deve tendere pure ad essere socio-politica in Alto Adige.

I principi bilingui

dello Statuto

A salvaguardare la toponomastica italiana dovrebbero intervenire quelle stesse disposizioni dello Statuto d’Autonomia[8] previste paradossalmente per salvaguar-dare i toponimi nella forma tedesca[9], principi che per anni sono stati considerati intoccabili da parte proprio di coloro che da tempo promuovono iniziative volte a sopprimere in tutto o in parte i toponimi definiti di forma italiana introdotti negli anni 1923 e 1940, in quanto „testimonianze delle malefatte fasciste da cui bisogna prendere definitivamente congedo“ come spesso e’ stato dichiarato da alcuni esponenti di forze politiche dell’area tedesca[10].

La toponomastica alto-atesina, in realtà, trova le sue basi scientifiche in approfonditi studi e ricostruzioni storiche e geografiche condotti negli anni da Ettore Tolomei[11] il cui Archivio storico fondato nel 1906 capace di contribuire a chiarire alcuni punti qualificanti della storia italiana e della nostra Provincia in particolare, fu trafugato dai nazisti nel 1943; da allora pare sia in possesso del governo austriaco.[12]

L’art. 101 dello Statuto di Autonomia, precisa che in Provincia di Bolzano le amministrazioni pubbliche  „devono usare nei riguardi dei cittadini di lingua tede-sca anche la toponomastica tedesca, se la legge provinciale ne abbia accertato l’esistenza o approvata la dizione“; cosa peraltro, quest’ultima, non ancora avvenuta, lasciando paradossalmente intendere che proprio la toponomastica tedesca in Alto Adige è tuttora „abusiva“. Ciò non ha comunque mai significato, da parte della Comunità italiana, la richiesta di cancellazione delle toponomastica tedesca a tutti gli effetti impropriamente utilizzata[13] almeno fino alla sua definitiva approvazione.

Una toponomastica - quella di lingua tedesca, per l’appunto - che occupa troppo spesso il primo posto nelle indicazioni e negli atti ufficiali a dispetto ed in spregio perfino della Corte Costituzionale la quale ha sentenziato più volte sia „l’obbligo del bilinguismo“ come „la precedenza dell’italiano, in quanto lingua ufficiale dello Stato, proprio per quanto concerne gli atti ufficiali“; e quindi anche in materia di toponomastica.[14]

Quanto sopra, starebbe a significare che ogni intervento legislativo della Provincia di Bolzano - presente o futuro - dovrebbe perlomeno attenersi strettamente a quanto è previsto nell’Accordo di Parigi del 1946 (che, essendo Trattato internazionale, non può essere modificato unilateralmente) e dagli Statuti d’autonomia del 1948 e del 1972, in quanto le leggi costituzionali sono sovraordinate ad ogni altra fonte legislativa. Invece quella che pare essere una botte di ferro a salvaguardia della toponomastica italiana, in realtà, rischia di rivelarsi un castello di sabbia.

Patrimonio storico e culturale

Negli ultimi anni, infatti, autorevoli esponenti della SVP a tutti i livelli - impegnati come sono in alchimie etniche attraverso le quali, per rivendicare una propria Heimat[15], tendono a negare la Patria altrui - hanno pensato di aggirare l’ostacolo della toponomastica bilingue introducendo la diversificazione fra „micro“ e „macro“ toponomastica.

Oltre ad apparire una mistificazione politica, questa manovra tenderebbe a giustificare l’azione politica a danno della toponomastica italiana, percorrendo una strada che non rispetta e non persegue in alcun modo alcuna regola giuridica o scientifica poiché, anche per insigni studiosi del settore, non risulta esistere al mondo neanche un riconoscimento giuridico e scientifico circa l’esistenza di una micro e di una macro toponomastica ma solo ed esclusivamente di una toponomastica.[16]

La difesa della toponomastica italiana, non significa quindi assumere atteggiamenti di puro nazionalismo, di sciovinismo, di nostalgismo o di revanscismo; significa, diversamente, di riconoscere che l’attuale Provincia di Bolzano non può essere considerata patrimonio esclusivo di una Comunità come quella tedesca che ha indubbiamente radici sì ben definite, ma che ha da sempre intrecciato le sue origini con altre Comunità come in questi boschi si intrecciano le radici degli abeti con i faggi.

L’attuale provincia di Bolzano infatti ha registrato nei secoli la presenza di numerosi popoli, non tutti appartenenti al ceppo linguistico germanofono; nel medioevo e nel periodo pre-asburgico nell’attuale territorio altoatesino si parlava la lingua italica e il ladino da popoli che oltretutto hanno lasciato testimonianze culturali e di civiltà anche nel campo della toponomastica. Non appare quindi storicamente  giusto imputare al fascismo la diffusione della toponomastica italiana, che semmai venne reintrodotta (strettamente collegata ad una precedente forma pre-romana) dopo essere stata cancellata dall’impero asburgico[17].

Ma e’ bene anche sottolineare come ormai quasi all’unisono studiosi e mondo scientifico in generale appartenenti a tutte le aree di pensiero, non siano più disposti a rimanere insensibili a quella che qualcuno ha chiamato operazione di pulizia etnica in Alto Adige. Non solo: persone come il prof. Carlo Alberto Mastrelli[18] (componente della Commissione istituita dalla Provincia per lo studio dei toponimi eliminabili), l’ex Presidente della Corte Costituzionale Antonio La Pergola ma anche il noto studioso tedesco Johannes Kramer (troppo spesso dimenticato anche dalla Svp) hanno negli anni pienamente giustificato la toponomastica italiana come fatto di civiltà e dimostrazione di radicamento culturale. La stessa „Accademia della Crusca“ si è rivolta al Governo e all’opinione pubblica in generale per denunciare l’illegittimità dell’operazione volta a cancellare i toponimi italiani.[19]

Conclusioni

In conclusione: nessuno stratagemma politico tentato da taluni esponenti della SVP - artificioso quanto dannoso alla pacifica convivenza ed al rispetto reciproco - dovrebbe mettere in discussione l’uso congiunto e bilingue dei toponimi altoatesini; a questa conclusione nel 1997 è giunta anche la Commissione Affari Costituzionale del Parlamento italiano la quale ha ribadito la intangibilità della toponomastica italiana, sottolineando implicitamente che nessuna norma statutaria o d’attuazione potrà mai variare il dettato autonomistico che prevede l’uso bilingue e congiunto dei toponimi.[20]

In secondo luogo, se per effetto di un’annessione territoriale sancita da un trattato internazionale, quale fatto naturale al territorio annesso per effetto giuridico, la lingua di uno Stato si estende, viene esteso anche il complesso dei nomi dei luoghi - ossia la toponomastica - che si affianca a quello esistente nel territorio annesso. Ciò rappresenta, come regola valida per tutti i tempi e tutti i popoli, un’esigenza di carattere naturale e pratica quale e’ quella di consentire a chiunque l’identificazione dei luoghi con i nomi della lingua nazionale. Un’esigenza alla quale si aggiungono particolari attenzioni quando trattasi di toponimi militari, o di interessi economici, burocratici, amministrativi e turistici.

Infine, la rimozione in tutto od in parte della toponomastica nella forma italiana, nel dilaniare una base portante dello Statuto d’Autonomia che prevede la bilinguità in Alto Adige rappresenta anche una aggressione culturale ai diritti di un popolo che si riconosce anche, non solo, attraverso i toponomi, il cui significato e valore tramandano alle generazioni delle quali i toponomi stessi diventano parte delle proprie radici. Che siano esse di lingua italiana, come di lingua tedesca o ladina.

La storia è indubbiamente piena di torti imposti e torti subiti; ma non è imponendo un nuovo torto, come perseguono i fautori della cancellazione della toponomastica italiana, che si pareggia un presunto torto subito. Voler cancellare la toponomastica italiana, attraverso progetti di legge o forzature che potrebbero provenire da norme di attuazione, inasprisce quel solco già profondo che talune forze politiche - impegnate in un progetto che reciderebbe le radici della Comunità italiana - continuano a scavare non solo per dividere nettamente le comunità viventi in Alto Adige, ma per mantenere in essere una diffidenza reciproca.

L’attuale toponomastica fa ormai parte integrante ed inalienabile della cultura e della storia della Provincia di Bolzano. Perchè se e’ vero che 300 anni di toponimi nella forma tedesca rappresentano un filo conduttore culturale e storico per il gruppo linguistico tedesco, e’ peraltro vero che 80 anni e millenni precedenti di toponimi nella forma italiana o pre-romana rappresentano una analoga forma di collegamento culturale, storico e civile per il gruppo linguistico italiano dell’Alto Adige.

Presentazione  Introduzione Proporzionale Bilinguismo (Im)pari Opportunità Regione Breviario Sommario Autore Home Page


[1] Nella sola XI Legislatura (anno 1993/1998) l’Union für Südtirol - il movimento che invoca l’Autonomia totale da Roma e dallo Stato italiano - presentò due disegni di legge in proposito, entrambi respinti dall’Aula in quanto la SVP ha sempre dichiarato essere allo studio del proprio partito un atto definitivo per l’abolizione di 7.500 toponimi italiani sugli 8.000 esistenti nel Prontuario di Tolomei. In realtà, fino ad ora, la SVP non è riuscita a portare in discussione tale legge anche perché nel 1993 un’analoga iniziativa fu bloccata dall’ostruzionismo dell’allora MSI-DN che presentò 8.000 emendamenti; una iniziativa in tal senso è stata annunciata anche in questi mesi. Nell’ottobre del 1999, infatti, l’autorevole quotidiano di lingua tedesca ”Dolomiten” di proprietà della famiglia dell’euro-parlamentare SVP Michl Ebner, ha pubblicato una nuova iniziativa legislativa della SVP che opererà in questa direzione: garantire il bilinguismo per i nomi di ”interesse” provinciale (ritenuti dallo stesso disegno di legge solo 609 ridotti a ca. 440 in una sucessiva riunione del direttivo della SVP), delegando invece la competenza ai Comuni per quanto riguarda le strade, le piazze, i terreni, i prati, le cime dei monti minori. È opportuno a questo riguardo sottolineare come 95 dei 116 Comuni altoatesini abbiano un Sindaco SVP e abbiano una Giunta pressoché ”monocolore”; è quindi facile presumere che siano proprio solo 440 (sugli 8.000 ufficiali) i toponimi italiani che verrebbero riconosciuti per legge, secondo il progetto SVP. Sulla base di alcune note giornalistiche, non smentite dall’interessato, l’on. Brugger, attuale presidente della SVP, si sarebbe ”rammaricato” che la situazione non consenta di cancellare tutti i toponomi italiani. Avverso a tale impostazione si è schierato anche il settimanale ”Südtiroler Wirtschaftszeitung”, voce del settore economico. Secondo l’autorevole periodico ”la cancellazione di quasi tutti i toponomi italiani è irrealistica e significa sanare un vecchio torto con uno nuovo.(...) Gli italiani in Alto Adige - conclude l’SWZ -  diverrebbero ancora più insicuri se ad essi verrebbe tolto, anche solo in parte, ciò a cui sono abituati(...)” Pare, infine, che da tempo i vertici della SVP stiano cercando di ottenere dal Governo nazionale una norma di attuazione che assegni alla Provincia quelle competenze in materia di toponomastica che nello stesso Statuto di Autonomia non sono comprensibilmente contemplate.Ritorna

[2]  Alto Adige - Corriere delle Alpi.Ritorna

[3] I nomi delle vie urbane Ritorna

[4] Il quotidiano indica anche diversi esempi: „Dolomitenstrasse“ tradotta in „via Dolomiten“ anziché in „via Dolomiti“, o ancora „Kreuzweg“ tradotto in „via Kreuzweg“ che starebbe a significare letteralmente „via via del Crocifisso“ anziché la sola dizione „via del Crocifisso“ etc. Molteplici in realtà appaiono i casi in cui si attiva un monolinguismo tedesco o un bilinguismo scorretto sia sui documenti della Provincia come sulle indicazioni stradali. Sulla questione lo stesso Commissario del Governo per la Provincia di Bolzano dott.ssa Carla Scoz in data 16.06.1998 ha ritenuto opportuno richiamare l’attenzione degli amministratori sugli obblighi di legge, chiedendo la sostituzione dei cartelli monolingui con segnaletiche bilingui. Ritorna

[5] Un maniero posto alle porte di Merano, presso la Frazione di Sinigo che la stessa provincia, in suoi atti legislativi risalenti agli anni Settanta citava anche nella lingua italiana. Negli ultimi anni, invece, il Presidente della Giunta provinciale di Bolzano Luis Durnwalder ha dichiaratamente voluto disconoscere la definizione italiana di „Castel di Nova“ prima adducendo che il nome non fosse conosciuto dalla popolazione locale poi, smentito in questo, sostenendo che la definizione tedesca risale ad un casato che divenne proprietario del castello; in quanto nome proprio, quindi non traducibile. A questo riguardo è singolare constatare che proprio la Provincia giustifica l’intitolazione a „Claudia de’ Medici“ di una scuola nel Comune di Malles Venosta, definita nella forma tedesca „Claudia von Medici“...Sarebbe stato come chiamare i „von Absburg“, „de’ Asburgo“ o il maresciallo Radetsky von Radetz „Radetsky de’ Radetz“! Ritorna

[6] Nel 1998 il Sindaco del Comune di Termeno andò sotto processo per aver fatto asportare dalla odonomastica cittadina tutte le dizioni italiane salvo poi riposizionarle; il processo si è così concluso con una assoluzione ma l’iniziativa rischia di rappresentare per gli altri sindaci altoatesini della SVP la linea di partenza per azioni analoghe e congiunte. Ritorna

[7] Negli ultimi 4 anni l’AVS ha beneficiato di oltre 7 miliardi di lire di contributi provinciali; appare evidente, benchè sia una Associazione privata, che essa gestisce denaro pubblico ma, ancor più, ricopre un ruolo pubblico. Nonostante ciò - e, pare, alcuni accordi assunti con il CAI sia nel 1968 come nel 1971 sulla necessità che la toponomastica sui sentieri di montagna alto-atesini fosse redatta in forma bilingue - essa usa nella segnaletica il monolinguismo nella forma tedesca. Ciò comporta tra l’altro disagi e pericoli per quei residenti e turisti italiani che, persi in montagna, rischiano di non saper indicare ai soccorritori la propria ubicazione per l’incapacità di esprimersi in una lingua diversa dalla propria. Negli ultimi tempi, lo stesso responsabile giovanile dell’AVS Hubert Fischer ha detto che l’Alpenverein dovrebbe occuparsi più della montagna e meno di questioni politiche. Ritorna

[8] Il DPR 31.08.1972, n. 670 al Capo III - Funzioni delle Province - art. 8 punto 2) recita testualmente: „toponomastica, fermo restando l’obbligo della bilinguità nel territorio della Provincia di Bolzano“. Lo stesso accordo dall’Accordo Degasperi - Gruber di Parigi del 1946 al punto 1 prevedeva che „in conformità dei provvedimenti legislativi gia’ emanati o emanandi, ai cittadini di lingua tedesca sara’ specialmente  concesso... b) l’uso, su una base di parita’, della lingua tedesca e della lingua italiana nelle pubbliche amministrazioni, nei documenti ufficiali, come pure nella nomenclatura topografica bilingue“. Questa indiscutibilmente precisa indicazione dell’Accordo e’ stata recepita e precisata nello „Statuto d’Autonomia Regionale“ del 1948 dove, in attuazione dell’Accordo Degasperi-Gruber. l’art.11 attribuisce alle Province la competenza in materia toponomastica, „fermo restando l’obbligo della bilinguità nella Provincia di Bolzano“ stabilendo quale presupposto che la lingua ufficiale della Regione rimanesse quella italiana.Ritorna

[9] Infatti non si può parlare di nomi „tedeschi“ o „italiani“, bensì di forma tedesca o italiana. Di regola i nomi atesini hanno una matrice pre-romana. Alcuni esempi sono dati, nella forma tedesca, da Feldthurns, Naturns, Salurn, (Velturno, Naturno e Salorno) le cui ri-spettive forme storiche di provenienza sono Velturnes, Naturnes, Salorno; il suffisso „urn“, diffuso peraltro in tutta Italia, ha permesso un adeguamento della forma tedesca a quella precedentemente esistente sul territorio della Provincia. E’ stata semmai la forma italiana successivamente introdotta ad aver rispettato una forma tedesca adeguata ad una forma pre-romana, ed essere quindi alla stessa forma pre-romana strettamente collegata. Casi analoghi a questi sono presenti ovunque, in Alto Adige. Ulteriore esempio di correlazione fra la forma tedesca e quella pre-romana e’ la denominazione del Comune Lagundo presso Merano, la cui forma tedesca risulta essere Algund dal pre-romano ad lagunam, alla laguna, a causa della particolare caratteristica morfologica del terreno. Peraltro nel 1997, Lagundo ha festeggiato i suoi 1000 anni di storia, ad ulteriore testimonianza di radici ben più lontane di qualche retaggio austro-ungarico. Ma l’elenco di luoghi con un passato antecedente all’Imperatore Francesco Giuseppe sarebbe certamente lungo; il toponimo di „Tyroli“ in luogo dell’attuale „Tirolo“ presente -  unitamente a „Nalls“  (Nalles) con l’uso della doppia „elle“ e „Rueffiano“  (Rifiano) - in due pagine del libro d’imbreviature del notaio Davide di Merano facenti parte di un documento risalente all’11-13 giugno 1328 e depositato presso l’Archivio comunale di Merano, ammonisce certi distratti o presunti storici di casa nostra che pare tendano a considerare la data di nascita di questa area geografica e del proprio retroterra culturale solo con l’avvento dell’Impero Asburgico.Ritorna

[10] Si tratta di un falso storico che vorrebbe a tutti i costi imputare al Fascismo l’esistenza della toponomastica italiana. Le cose in realtà andarono diversamente. Nel 1921 il Governo Giolitti istituì una Commissione apposita con il compito di stabilire i criteri per la scelta dei toponimi; la Commissione fece riferimento - per i nomi dell’Alto Adige - al „Prontuario della Reale Società Geografica Italiana“ del 1916 che si componeva di oltre 10.000 toponimi elaborato, oltre che dal sen. Tolomei, anche da Ettore De Toni e Vittorio Baroncelli già autori di un Prontuario di toponomastica dell’Alto Adige e dell’Ampezzano e di un Repertorio Topografico della Venezia Tridentina. La Commissione Giolitti terminò i suoi lavori alla fine dello stesso anno, quindi ben prima dell’avvento del Regime Fascista. I lavori stessi vennero approvati nel novembre del ’22 dall’allora Governo Mussolini del quale, fra gli altri, facevano parte anche due Ministri del Partito Popolare e due giolittiani; singolare constatare che fra i sottosegretari di quel Governo c’era anche il futuro Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi. Lo studio della Commissione Giolitti fu approvato il 29 marzo 1923 con Decreto del Re Vittorio Emanuele e controfirmato dall’allora Capo del Governo Benito Mussolini.Ritorna

[11] Nato a Rovereto, in Trentino, Ettore Tolomei (senatore della Repub-blica), deportato a Dachau, iniziò a promuovere lo studio e la determinazione dei nomi locali altoatesini nel 1906, quasi 30 anni prima che il suo „Prontuario per i nomi dell’Alto Adige“ venisse definitivamente riconosciuto (1935); ancora oggi il Prontuario di Tolomei rappresenta la spina dorsale della toponomastica alto-atesina. Profondo conoscitore della realtà alto-atesina, già nel 1890 in un articolo illustrato intitolato semplicemente ”Bolzano”, Tolemei mostrava alcune tipiche architetture italiane, allegando una cartina disegnata a sei tinte dal titolo ”Le alpi ed i confini etnografici d’Italia” e dettata ad un esperto cartografo. Tale carta servì da modello ad una carta del 1946 redatta dallo Stato italiano per la difesa dell’Italia. Seppellito nel cimitero di Montagna in Alto Adige su un’altura da egli stesso indicata, la sua tomba è stata ripetutamente oggetto di attentati terroristici che l’hanno più volte distrutta. Sulla figura di Ettore Tolomei ed i contenuti del suo Prontuario importanti indicazioni sono venute anche dal convegno organizzato a Bolzano nel novembre 1995 . Ritorna

[12] La Provincia non risulta abbia mai chiesto all’Austria la restituzione dell’Archivio in questione nonostante l’enorme valore storico e culturale ricoperto ed i particolarmente ottimi rapporti d’amicizia che legano l’Austria alla nostra Provincia che potrebbero favorire la complessa pratica. Secondo alcuni, a questo proposito, l’Archivio medesimo non raccoglierebbe documentazione di rilevante considerazione; ciò però non giustifica questo disinteresse. E comunque solo il possesso dello stesso potrebbe chiarire la questione in merito. Ritorna

[13] A riguardo del previsto atto legislativo necessario per il riconoscimento della toponomastica di lingua tedesca, in Consiglio provinciale a Bolzano sono state presentate alcune proposte dal Gruppo Verde, sempre respinte con il solo voto contrario (ma compatto) della SVP che detiene la maggioranza assoluta nel competente consesso. Una analoga iniziativa è stata condotta anche da AN nell’ottobre del 1999 attraverso un disegno di legge che prevede l’istituzione di una commissione che accerti e riconosca l’esistenza della toponomastica nella forma tedesca. Ritorna

[14] Scrive la Corte Costituzionale nella sentenza n.188 del 1987 relativa all’attestato di Maso Chiuso - Erbhof: „l’attestato di riconoscimento della qualità di „maso avito“ („Erbhof“) (...) rientra fra gli atti destinati ad uso pubblico per i quali sia lo Statuto del Trentino Alto Adige (art. 100) sia le norme di attuazione (art. 1 D.P.R. 08.08.59, n. 688) prescrivono, obbligatoriamente, la redazione bilingue (...)“ Ritorna

[15] Traduzione di „Patria“, di „Madre terra“, il luogo in cui si è nati. Ritorna

[16] Per „micro“ toponomastica la SVP intende non solo i nomi delle strade o dei masi di montagna, ma anche di vie interne a Comuni e paesi altoatesini; si tratta, in pratica, della quasi totalità dei toponimi. L’espediente viene giustificato dalla SVP sostenendo che i nomi corrispondenti nella forma italiana, sarebbero ignorati dalla stessa popolazione di lingua italiana; la quale, da parte sua, si trova sempre più costretta a rapportarsi solo con toponimi espressi nella forma tedesca, quando invece ad  ogni Comunità dovrebbe essere garantito l’uso del toponimo nella propria lingua di riferimento. Ritorna

[17] Peraltro che l’Impero asburgico non fosse tenero con alcuno, lo testimoniano le misure disposte contro l’elemento italiano in alcune Regioni della Corona dal Consiglio dei ministri il 12 novembre 1866, tenutosi sotto le Presidenza dell’Imperatore Francesco Giuseppe, verbalizzate nella seguente forma: „Sua maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l’influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri come pure con l’influenza della stampa, si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno“. E’ anche opportuno sottolineare come l’Impero asburgico non si limitò solo a recidere le radici culturali delle popolazioni esistenti su quel territorio che Napoleone definiva „Dipartimento per l’Alto Adige“, ma provvide a compiere lo sterminio pressochè totale di quello stesso popolo di origine ladine. Ciò dovrebbe essere da monito quotidiano per chi oggi in Alto Adige, nel condannare giustamente l’olocausto degli ebrei, dimentica colpevolmente e troppo facilmente l’olocausto dei ladini; che come ogni olocausto non si determina dalle dimensioni ma dalle proporzioni. Ritorna

[18] Attualmente Presidente dell’Istituto di Studi per l’Alto Adige, glottologo, Presidente Associazione internazionale dei Professori universitari. Ritorna

[19] Nella missiva, gli autorevoli membri dell’Accademia hanno sostenuto che „nel rispetto della lettera e dello spirito del trattato di Parigi e dello Statuto della Provincia di Bolzano ai toponimi italiani deve essere affiancata la piena ufficialità dei toponimi tedeschi e ladini. Questi impegni non possono essere in nessun modo elusi per ragioni storiche, morali e giuridiche e sono largamente previsti in un apposito paragrafo delle raccomandazioni delle Nazioni Unite. Ogni tentativo  di modificare o di alterare questa normativa in materia toponomastica - proseguono i membri dell’Accademia - deve essere respinto, poiché è il riflesso di un atteggiamento discriminatorio che non può essere accolto anche in rapporto all’attuale sviluppo della coscienza civica. I toponimi - conclude la ”Crusca” - tanto italiani quanto ladini e tedeschi, sono un bene collettivo che deve poter essere condiviso dall’intera comunità nazionale nel superiore interesse delle collettività e dei gruppi etnici che la costituiscono; ogni esclusione dei toponimi italiani rappresenta un attentato alla libertà dei cittadini e una ferita alla integrazione sociale“ Ritorna

[20] La Commissione Affari costituzionali si mosse a riguardo, sollecitata da quasi 20.000 firme raccolte a cavallo fra il 1993 ed il 1994 per la salvaguardia della toponomastica italiana. Più precisamente il 16.03.1997 la Commissione approvò la risoluzione Cananzi, Boato, Schmid, Zeller con la quale si ”impegna il governo (...) ad operare affinché il bilinguismo sia incentivato (...).; ad operare in modo che lo Statuto di Autonomia, che è legge costituzionale e che garantisce la pace fra i gruppi linguistici, sia rispettato soprattutto in un suo principio fondamentale, che è il bilinguismo, espresso anche nei toponomi” Ritorna